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Secondo Tessalonicesi
La seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi seguì a breve distanza la prima. Evidentemente ritenne necessario scrivere nuovamente così presto per correggerli da un errore nel quale erano caduti. È pro-babile che fra i testimoni di Tessalonica alcuni sostenessero che la venuta di Cristo era imminente, che questi predicassero energicamente tale loro teoria, e che la loro attività avesse provocato qualche tur-bamento nella congregazione. Non si sa su che cosa fondassero questa loro credenza, ma è possibile che quando la prima epistola di Paolo fu letta alla congregazione (1 Tess. 5:27) questi speculatori si siano affrettati a valersi dei frequenti riferimenti di Paolo alla venuta del Signore per dar peso alle loro teorie. Essi non esitarono a torcere le parole di Paolo e a dare alle sue dichiarazioni significati che in realtà non avevano. Paolo non si aspettava di essere uno di quelli viventi al tempo del ritorno del Signore, ma si aspettava di essere ridestato dal sonno della morte a quel tempo. (2 Tim. 4:8) Pietro sapeva che la seconda venuta del Signore era molto lontana dai suoi giorni. (2 Piet. 1:14; 3:3-8) Gli apostoli e gli altri scrittori ispirati delle Scritture Greche non si perdettero in esagerati calcoli cronologici. Perciò Paolo scrisse una seconda volta ai Tessalonicesi da Corinto, nell’anno 50, per frenare questa corrente che sorgeva nella nuova ed entusiastica congregazione di Tessalonica.
Associati con lui in quest’epistola sono pure Silvano e Timoteo. (2 Tess. 1:1) Paolo loda la loro fede e il loro amore, e li informa ch’egli si gloria della loro costanza nella fede nonostante l’imperversare delle tribolazioni e persecuzioni che è la loro parte. Egli li incoraggia ricordando loro che Dio retribuirà i loro persecutori, che si vendicherà di quelli che non lo conoscono e non ubbidiscono al Vangelo. La loro punizione sarà distruzione eterna e verrà su di loro nel giorno della rivendicazione. (1:2-12).
Paolo poi li ammonisce di non pensare che la venuta del Signore sia imminente. Dovrebbero avere la mente ferma su questo punto, e non lasciarsi facilmente scuotere da nessuna vantata rivelazione spirituale o da nessuna parola o lettera che si volesse attribuire a Paolo. Il giorno del Signore non è venuto; prima che venga quel tempo dev’essere manifestato “l’illegale”, il “figlio di distruzione”. La venuta di quell’empio è “secondo l’azione di Satana, con ogni opera potente e menzogneri segni e miracoli e con ogni iniqua seduzione”. Quelli che appartengono a tale classe non hanno ricevuto l’amore per la verità; essi credono a una menzogna. Paolo ammonisce quelli di Tessalonica di rimaner saldi e attenersi alle cose che furono insegnate loro, sia con la parola degna di fiducia che con la sua epistola. (2:1-17).
Infine l’apostolo confida che i Cristiani di Tessalonica seguiranno l’apostolico consiglio che hanno ricevuto. Sembra che non considerasse la loro congregazione in pericolo di cadere in una grande apostasia dietro nuove speculazioni. Egli confida che il Signore dirigerà il loro cuore all’amore di Dio e alla paziente aspettazione di Cristo. Comanda quindi quello che si dovrebbe fare per assicurare il buon ordine nella congregazione in generale. Dovrebbero ritrarsi da quelli che si conducono disordinatamente e camminare come camminava Paolo stesso quando era in mezzo a loro. Sebbene avesse diritto di mangiare del loro pane per sostenersi in vista del servizio che rendeva loro, egli aveva lavorato per non essere di peso ad alcuno. La regola era che “se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi”. Ma secondo le informazioni, questa regola non era unanimemente osservata: “Poiché sentiamo che certuni agiscono fra voi disordinatamente, non lavorando affatto ma intromettendosi in ciò che non li riguarda”. Essi dovrebbero lavorare quietamente e non stancarsi di fare il bene. Se rifiutavano di conformarsi a queste disposizioni teocratiche, la congregazione non avrebbe dovuto aver relazione con loro. In tal modo i disordinati si vergogneranno e saranno ammoniti, e proba-bilmente per il loro bene. (3:1-18) Paolo conclude l’epistola col saluto di sua mano.