Primo Corinzi

    Nel suo secondo giro di predicazione Paolo fece opera di pioniere in Grecia. Durante i diciotto mesi della sua permanenza a Corinto fondò e organizzò la prima congregazione cristiana di quella città. Alcuni anni dopo, verso il 55 d. C., egli si trovava ad Efeso nel corso del suo terzo giro di predicazione. In quel tempo scrisse la sua prima epistola canonica alla congregazione di Corinto. Pare che avesse ricevuto una lettera dai Corinzi nella quale essi fanno alcune domande che esigono ri-sposta. Inoltre, Paolo è spinto a scriver loro a motivo di alcune notizie inquietanti pervenute ai suoi orecchi. (1 Cor. 7:1; 1:11; 5:1; 11:18; 16:17) Evidentemente queste notizie implicavano questioni più urgenti delle domande contenute nella lettera dei Corinzi; Paolo considera prima queste, e non menziona neanche la loro lettera fino al settimo capitolo. Egli è molto preoccupato del benessere spirituale di questa congregazione che egli ha formato per grazia di Dio, e adopera la penna con estremo vigore in questa prima epistola perché essi tornino ad essere puri e accettevoli agli occhi di Geova. I due versetti iniziali precisano che Paolo fu lo scrittore e i Corinzi i destinatari dell’epistola.
    Il primo punto importante che Paolo considera è quello delle divisioni nella congregazione di Corinto. Alcuni erano divenuti vittime del culto della creatura, considerando certi uomini come loro maestri e capi. Egli colpisce duramente questa diabolica insidia. Sembra che i discorsi di Paolo non fossero abbastanza eloquenti per piacere ad alcuni; non parlava il greco classico dei vani filosofi gonfi della loro propria sapienza, ma il koiné ossia il greco comune parlato dall’uomo della strada. Ma Paolo non speculava con le parole ingannevoli della sapienza umana; egli proclamava la gloriosa sapienza di Dio nella lingua che tutti potevano facilmente comprendere. Per di più, essendo divisi in fazioni che seguivano gli uomini, i Corinzi erano carnali e non spirituali, non erano teocratici. Uno pianta il seme di verità, un altro l’annaffia, ma è Dio che fa crescere. Cristo Gesù, e nessuno dei loro predicatori umani, è il sicuro fondamento su cui edificare opere sostanziali. La bruciante verità purificherà e consumerà le opere edificate su qualsiasi altro fondamento. La sapienza del mondo è follia presso Dio, e nessuna carne dedicata dovrebbe gloriarsi di essa. Nessuno si glori degli uomini, ma di Dio e Cristo. (1:10-3:23).
    Paolo fa seguire a questo una relazione del suo ministero, e in via generale accenna ai vituperi che ha subiti come apostolo dei Gentili. Essi hanno molti istruttori in Cristo, ma dovrebbero ricordare che fu Paolo che sopportò molto per essere il primo a predicare loro e a generarli mediante il vangelo. Nel loro interesse ha mandato loro Timoteo, e più tardi si recherà egli stesso da loro. (4:1-21) Nel quinto capitolo Paolo considera un caso di fornicazione che è stato largamente reso noto, quello di un figlio che aveva rapporti con la moglie di suo padre. Egli paragona questa impurità morale al lievito che corrompe tutta la pasta; dovevano eliminare questo lievito d’immoralità per preservare la purezza della congregazione cristiana. Un altro argomento è trattato: i fratelli corinzi ricorrevano ai tribunali mondani per risolvere le controversie fra loro. Questo non doveva avvenire. I santificati di Cristo dovranno giudicare il mondo; perché dunque sottoponevano i loro casi al mondo per il giudizio? Meglio per un fratello subire qualche torto che trascinare il proprio fratello davanti al tribunale degli increduli. In tutte queste cose essi devono esser puri perché non appartengono a loro stessi; sono stati da Dio comprati a prezzo, e il corpo dei membri di Cristo deve essere adoperato per glorificare Dio. (6:1-20).
    All’inizio del settimo capitolo Paolo considera alcune domande fatte dai Corinzi nella loro lettera. Egli parla del matrimonio e delle persone sposate, non sposate e vedove, e dei celibi. La tendenza di chi è sposato è di cercare di piacere al proprio coniuge, mentre il celibe cerca unicamente di piacere al Signore. Quindi egli opina che colui che si sposa fa bene, ma colui che non si sposa fa meglio. Riguardo al cibo che è stato offerto agli idoli, Paolo spiega che un idolo non può contaminare il cibo e che il mangiarne o l’astenersene non altera affatto la posizione del Cristiano davanti a Dio. Tuttavia, se mangiando una certa carne il Cristiano facesse inciampare un fratello debole, farebbe male a mangiarla davanti a lui. Da questo punto Paolo procede nella sua argomentazione per dimostrare che egli non vuole offendere in alcun modo. Quantunque sia legittimo diritto del ministro essere sostenuto nella sua opera da coloro che serve, egli non si era valso di questo aiuto. Egli è il servitore di tutti, e diviene ogni cosa per tutti, affinché nessuno inciampi a motivo di lui. (7:1-9:27).
    Egli ammonisce il popolo di Dio di evitare il peccato, additandone i disastrosi risultati dagli esempi tipici durante il viaggio d’Israele verso la Terra Promessa, che furono scritti per nostro ammonimento. Dichiara di nuovo che è lecito mangiare la carne venduta al mercato, sebbene il suo sangue possa essere stato offerto ad un idolo. Ma qui di nuovo egli consiglia di non offendere, così facendo, un fratello debole. Dà alcune istruzioni sulla condotta da seguire nell’adorazione della congregazione, rimprovera ancora i Corinzi per le loro divisioni, e li riprende per l’irriverenza e il disordine con cui celebrano il Memoriale e indica loro come devono evitare di parteciparvi indegnamente. (10:1-11:34).
    Quindi i doni spirituali sono l’argomento trattato nella lettera composta secondo una disposizione per soggetti. I capitoli da dodici a quattordici si attengono alquanto strettamente a questa disposizione, mostrando i vari doni spirituali e i diversi incarichi di servizio nell’assemblea di Dio; egli paragona appropriatamente il concorde funzionamento di tutto ciò alle membra del naturale corpo umano. Mostra che il dono di profezia è preferibile a quello di parlare in altre lingue, ma che l’amore è il maggiore di tutti i doni. Egli indica come devono essere adoperati questi doni spirituali, particolarmente quello di parlare in altre lingue.
    Poi segue una vigorosa argomentazione con cui si stabilisce la certezza di una risurrezione dai morti. Non tutti i membri del corpo di Cristo si addormenteranno nella morte; al suono dell’ultima tromba i viventi del rimanente saranno alla loro morte istantaneamente mutati da mortali ad immortali. Quale vittoria sulla morte! Con questa gloriosa prospettiva, vi è certamente ogni ragione di rimaner saldi e incrollabili nell’integrità e di sovrabbondare nell’opera del Signore. (15:1-58) Concludendo, Paolo consiglia la congregazione dei Corinzi circa le contribuzioni per i fratelli poveri. Li informa della sua intenzione di visitarli, dopo essersi trattenuto a Efeso fino alla Pentecoste. Li esorta ad accogliere fraternamente Timoteo, e dice che Apollo verrà quando ne avrà l’opportunità. Dopo alcuni altri consigli e i saluti da parte dei fratelli di Efeso e di tutta l’Asia, egli termina con un saluto scritto di sua propria mano. (16:1-24).

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