Michea

    Il primo versetto della profezia di Michea ne costituisce la breve introduzione: “La parola dell’Eterno che fu rivolta a Michea, il Morashtita, ai giorni di Jothan, di Achaz e di Ezechia, re di Giuda, e ch’egli ebbe in visione intorno a Samaria e a Gerusalemme”. Sappiamo così in poche parole fin dall’inizio che la profezia è ispirata da Geova, che fu pronunciata per mezzo di Michea (il cui nome significa “chi è simile a Jah?”), il quale era del paese di Moresheth-Gath (1:14), che profetizzò durante i regni di Jothan, Achaz ed Ezechia (774-716 a. C.), e che il suo messaggio si riferiva ad entrambi i regni d’Israele e di Giuda. Il riferimento al profeta come a un Morashtita non solo rivela il suo paese natìo, ma serve anche per distinguerlo dal “Micaiah, figliuolo d’Imla”, il quelle visse un secolo e mezzo prima ed ebbe il medesimo nome ebraico. (1 Re 22:8) “Michea” è un’abbreviazione del nome intero “Micaiah”. Michea il Morashtita fu contemporaneo dei profeti Osea e Isaia.
    Col secondo versetto comincia la profezia vera e propria che continua per sette capitoli. Tre parti cominciano col rimarchevole invito “Ascoltate”; e queste, così suddivise, costituiscono tre naturali ripartizioni della profezia. Ciascuna di esse comincia con rimproveri e minacce e termina con una promessa o un messaggio di speranza. La prima parte (1:2-2:13) descrive la venuta di Geova contro il suo popolo con ardente indignazione a causa delle trasgressioni di esso. Samaria diverrà come un mucchio di pietre nella campagna; essa verrà rasa fino alle sue stesse fondamenta. La sua ferita sarà incurabile. Sulla Samaria letterale l’adempimento di queste calamitose predizioni si avverò con la cattività assira nel 740 a. C. Inoltre, la minaccia assira si appressò anche alle porte di Gerusalemme, al tempo di Ezechia. Gli adempimenti maggiori si verificano sulla idolatra “Cristianità” in questo ven-tesimo secolo dopo Cristo. Le iniquità del popolo di Dio sono discusse nella seconda parte di questa sezione con maggiori particolari, e i versetti finali promettono il radunamento e ripristino di un rimanente d’Israele.
    Col capitolo 3 ha inizio la seconda parte, che finisce con l’ultimo versetto del capitolo 5. Vengono specificamente invitati ad ‘ascoltare’ i principi e i capi del popolo, che dovrebbero conoscere il retto giudizio, ma che pervertono la giustizia e perseguitano i veri adoratori. I falsi profeti che infestano il paese sono accusati di traviare il popolo; perciò su di loro si abbatterà un’oscurità totale e non avranno nessuna risposta da Dio per il popolo. Le denunce di Michea raggiungono il culmine mettendo in risalto che i capi del popolo giudicano per ricevere regali, i sacerdoti insegnano per un salario e i profeti fanno predizioni per denaro, mentre pretendono che Geova sia con loro. Quindi “Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un mucchio di rovine”.
    Ma ora le terribili predizioni lasciano posto a una gloriosa profezia di restaurazione. Con splendide frasi di rara bellezza il profeta dipinge un quadro della ristabilita casa di Dio e dei popoli e nazioni che vi accorrono. Totale smobilitazione, pace eterna, nessun insegnamento di guerra, ma libertà dalla paura, libertà dall’idolatria mediante la giusta adorazione: queste sono alcune delle benedizioni del tempo in cui verrà “l’antico dominio, il regno”. Un fedele rimanente tornerà dalla cattività babilonese e quelli che si rallegrano nell’attesa della contaminazione di Sion saranno prima delusi e poi battuti dalla “figliuola di Sion”. I successi dei crudeli Assiri saranno solo temporanei, essi saranno messi in rotta e il loro stesso paese verrà devastato. Poiché il rimanente di Giacobbe è cibato dal Giusto Governatore, essi saranno a loro volta come rinfrescante rugiada e fitta pioggia per molti popoli. Quando Geova avrà purificato questo rimanente dalla religione, egli riverserà contro le nazioni inaudita ira e vendetta, e la religione perirà coi religionisti. Speciale menzione è qui rivolta al primo versetto del capitolo 5, che predice il luogo di nascita del bambino Gesù, cioè Betleem di Giuda. (Matt. 2:4-6).
    La terza parte da principio è molto drammatica. Servendosi di una superba figura poetica Geova invita tutta la terra ad ascoltare pubblicamente la Sua controversia col sedicente suo popolo. La forma dialogica usata nel capitolo 6 rende il quadro più vivido. Geova ricorda la giustizia delle sue azioni verso il suo popolo. In cambio, non richiede niente di straordinario, ma le semplici e comprensibili esigenze di Geova sono che “tu pratichi ciò ch’è giusto, che tu ami la misericordia, e cammini umil-mente col tuo Dio”, (6:8) Ma al contrario, la loro violenza, le loro menzogne, i loro inganni e le loro frodi sono perpetrati con una formalistica osservanza dei loro riti cerimoniali e insieme a un’aperta adorazione demonica. L’ultimo capitolo di questa parte e del libro deplora come sono rari i giusti, e che tutto l’Israele idolatra ha le mani pronte al male. Non si può confidare in nessuno; sì, “i nemici d’ognuno son la sua gente di casa”. Perciò, quelli che hanno una retta disposizione si rivolgano a Geova. La persecutrice organizzazione nemica, Babilonia, è ammonita di non rallegrarsi quando il fedele rimanente riceve una correzione divina perché il misericordioso Geova perdonerai suoi fedeli, ma scatenerà la vendetta sopra tutti i confusi nemici. Così Geova rivendicherà per il suo popolo eletto la sua misericordiosa parola di verità.

Utilizziamo i cookie per offrirvi una migliore esperienza online e per migliorare questo sito. Continuando a utilizzare questo sito, acconsentite all'uso dei cookie.
Per saperne di più sui cookie, consultare la sezione Politica dei cookie, compresa la possibilità di ritirare l'accordo.