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Amos
Amos non fu addestrato nel collegio o scuola teocratica dei profeti fondato da Samuele. Egli fu chiamato da Geova all’incarico profetico dalla sua condizione di pastore e raccoglitore di frutti di sicomoro in Tekoa di Giuda. Il suo servizio di profeta ebbe luogo nei giorni del re Uzzia di Giuda e del re Geroboamo II d’Israele, probabilmente nel periodo di quindici anni in cui quei due regni si sovrapposero (826-811 a. C). Perciò il suo servizio fu contemporaneo a quello di Osea e d’Isaia. Inol-tre, egli profetizzò due anni prima un terremoto disastroso durante il regno di Uzzia; ma non è possibile fissare il tempo di quel disastro, benché si creda comunemente che avvenisse al tempo in cui Uzzia presunse di assumere i doveri sacerdotali nel tempio e fu colpito da lebbra. (2 Cron. 26:16-21; Zacc. 14:5) Il nome Amos significa “portato; portatore di pesi”, e come profeta portò messaggi grevi di calamità non soltanto per Israele ma anche per numerose nazioni pagane. (Amos 1:1; 7:14, 15).
Siri, Filistei, Tiri, Edomiti, Ammoniti, son tutti destinati a piegarsi sotto la futura vendetta di Dio, secondo il capitolo 1 di Amos. Il secondo capitolo aggiunge Moab all’elenco delle nazioni pagane, pre-dice brevemente la cattività che deve venire su Giuda, e l’attenzione profetica si volge quindi con intensità quasi costante a Israele, il regno delle dieci tribù. Ad esso principalmente è rivolta per il resto del libro. Le passate liberazioni per mano di Geova sono dimenticate da Israele, che si degrada nel culto dei demoni.
Amos 3:7 dice: “Poiché il Signore, l’Eterno, non fa nulla, senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti”. Ad Amos Geova rivelò la futura caduta d’Israele e la ragione di essa. Un ampio avvertimento fu dato per mezzo del profeta; in effetti, Geova stesso li ammonì in modo speciale trattenendo la pioggia, mandando la pestilenza e abbattendo alcuni. Eppure essi non tornarono a Geova; perciò: “Preparati, o Israele, a incontrare il tuo Dio!” (3:1-4:13) Il quinto capitolo comincia con una lamentazione sopra Israele, si muta in una esortazione al pentimento e termina con una denuncia delle sue inaccettabili offerte idolatre e la predizione che andrà in “cattività al di là di Damasco”. Precedentemente numerosi Israeliti erano stati condotti schiavi a Damasco; ma ora devono andare più lontano, nella schiavitù assira. (2 Re 10:32, 33; 15:29; 17:6) Il sesto capitolo continua questa predizione della schiavitù, mostrando la vastità della desolazione e accusa particolarmente quelli che si cullano comodamente nella soddisfazione di se stessi.
Dopo aver predetto la rovina d’Israele mediante tre visioni, il settimo capitolo narra un’esperienza del servizio di campo del profeta. Amos si era spinto intrepidamente nel territorio nemico col messaggio di Dio, ed esso aveva suscitato l’ira del falso sacerdote del centro religioso d’Israele a Bethel, cioè, Amatsia. Questi corse dal re Geroboamo accusando Amos di sedizione, e disse poi ad Amos di andarsene a casa, in Giuda, e di non profetizzare in Israele o a Bethel perché quivi avevano il loro “santuario” o “residenza reale”. (7: 10-13) In conseguenza di ciò Amos predisse personalmente ad Amatsia molta sofferenza. Dopo aver predetto gli atti di giudizio di Dio sopra Israele per la sua oppressione dei poveri, l’ottavo capitolo predice una carestia, “non fame di pane o sete d’acqua, ma la fame e la sete d’udire le parole dell’Eterno”. (Vers. 11) Il nono ed ultimo capitolo dipinge con le più vivide espressioni l’impossibilità di sfuggire all’esecuzione dei giudizi di Geova; anche nella cattività l’iniquo Israele patirà il male. Solo gli ultimi cinque versetti rischiarano il gravoso messaggio di cala-mità: in essi è predetto che un rimanente tornerà dalla cattività per compiere un’opera di ricostruzione e godere benedizioni sempre più copiose sotto il ricostituito regno della casa o discendenza di Davide.